Ho camminato sull’orlo del burrone, mi sono spaventata, mi ci sono accomodata, ho anche riso, ma son tornata indietro. La mia amica Serafinetta, no. È sempre lì. E io la guardo, talvolta con rabbia e lei ne ha bisogno, di essere guardata con rabbia. Di essere guardata, più che altro. Il mio burrone non mi si poneva davanti, piuttosto mi correva vicino, passo dopo passo, come se fosse un fosso, seppur profondo, ma più un fosso. Mi sono affossata, infatti, per un po’. Convinta che al limite tra qui e lì, avrei trovato qualcosa di vero. O come dicevo, qualcosa di brutalmente onesto. Camminavo anche se ero affossata, e il fosso era sempre pronto a prendermi con sé e, come spesso si fa quando si vuole vivere nell’ombra, nello scuro, mi ero contornata di poche persone, con delle ombre più lunghe della mia. Le trovavo sinceramente affascinanti. Poi son sempre tornata indietro. Alle origini, ai fiori. All’acqua pulita. E questo mi ha fatto anche dubitare di me e del mio rapporto con la coscienza. Ogni tanto mi son sentita indegna, persino poco all’altezza dei miei pensieri. Della mia scrittura. Una farsa vivente con le gambe spesse e le gote rosse. Mi vergognavo di non essere mai finita davvero, fino in fondo, nel fosso. Ma son stata parecchio sugli argini a guardare l’acqua torba se c’era, oppure il secco, le crepe della terra spaccata. Stavo lì, se sbucavano dei vermetti era anche meglio. Delle volte mi ci affacciavo. Altre mi sedevo con le braccia intorno alle ginocchia. Mi sentivo padrona del mio tempo, responsabile delle mie scelte. Libera. Ma era diventata una schiavitù questo fosso e siccome non mi piacciono le soggezioni, son tornata sulla strada a camminare. La mia amica Serafinetta, invece, è tuttora lì, ma non so se lei sia sull’orlo di un fosso, di un burrone o di un buco nero. Non lo so. Sul limite però c’è e vorrebbe che qualcuno la tirasse indietro con violenza, per poi poterci tornare con altre scarpe o con altra terra sotto le unghie dei piedi che non si taglia volentieri. Con altri libri da leggere. Ogni tanto le verrebbe di tirarmi giù nel mio fosso, forse per riconoscermi come mi immaginava e io telo via. Il mio fosso non so se c’è ancora, ma era costruito con dei pezzi che si possono trovare nel mondo. Li riconosco bene e scelgo altro. Chissà se tutti i fossi hanno qualcosa in comune.


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