Ho pranzato con una parte della mia famiglia. Ora sono a sedere sulla panchina in giardino con accanto la nonna che pulisce la suola delle pantofole dai peli delle bestie – come le chiama lei. Il cane gioca con il muro, chissà che pensa di trovarci, dietro di noi. Lei dice Mamma mia, anch’io lo dico, perché mentre ascolto il rumore del suo dito che gratta le pantofole e gli uccellini cinguettare, leggo i commenti violenti sotto il post di una attivista della mia città. Oggi si vota per le primarie del campo largo e in città da giorni si urlano imposizioni, ancora, rivolte alle donne. Donne – ci dicono – votate le donne perché son donne, sorellanza sorellanza perché son donne. Donne, ma che donne siete, se non sostenete una donna? Quando ancora non abbiamo capito che essere nate con un utero non è sinonimo di femminismo e non garantisce l’emancipazione né la giustizia. Anzi. Ci son donne che si comportano come siamo abituati a vedere comportarsi uomini al potere. Nulla cambia. E se lo diciamo, quando tutto sarà finito, ci ricorderanno, ancora, che noi donne siamo divise, non sappiamo stare insieme. La questione è più complessa degli slogan, ma sarebbe anche semplice.
E quando è che abbiamo potuto scrivere in pubblico, nero su bianco, in un apparentemente banale commento, una offesa, una minaccia o una aggressione verbale, senza porsi minimamente la questione del limite? Della misura di ciò che si può dire in pubblico e ciò che si può scrivere, per esempio, in un personalissimo diario privato? Quando? Quanto altro odio c’è da diffondere e da scrivere in pubblico? Se tutto è lecito nella violenza. Resiste bene il terrore, ma solo per chi non vuole aggredire. Gli altri violano, indisturbati, legittimati.
Insomma la nonna è andata in bagno e il cane si è fermato a prender fiato. Chissà se lo faranno anche gli aizzatori, chissà.
Noi siamo zecche, rimaniamo a saltellare mosse da agitazioni comuni, forse ci vedono assetate di luce che ci propongono un bel biberon.


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